Il colore che fa la differenza

the giverUltima ora del sabato, 3° media  caotica, leggo ad alta voce “The Giver”: è il momento di massima attenzione e silenzio. Nel frattempo loro ascoltano e annotano sul taccuino (un po’ durante e molto dopo) quello che osservano come lettori (a cogliere elementi chiave, anticipazioni, domande, connessioni) e come scrittori (attenti alle tecniche di scrittura). A turno scriveranno un taccuino di gruppo, che gira ogni giorno di casa in casa.
Eravamo al punto in cui il protagonista Jonas accoglie le prime memorie di cose a lui sconosciute: la neve, le colline, una slitta…
Capitolo 12, Jonas apprende di vivere in una Comunità in cui molto tempo prima gli uomini “scelsero di passare all’Uniformità. Rinunciarono ai colori, così come al sole e alla neve e a tutte le altre differenze…”. Carico la lettura e urlo con Jonas: “Non avremmo dovuto!”. Il dialogo tra lui e il Donatore prosegue e si chiude con una frase ad effetto: “Sto per trasmetterti la memoria di un arcobaleno”. E scatta l’applauso. Poi ultimi 5 minuti di annotazioni.

Chissà quali connessioni hanno scritto: le mie di questi tempi sono molte.

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Dentro questa storia c’è anche la mia

Con Anna ai 150 anni dell’Azione Cattolica #AC150 #futuropresente

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LiberAzione

25 aprile tra racconti di famiglia e pensieri sulla scuola

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Di scorze e silenzi

Posto ora una serie di appunti di qualche giorno fa, su scorze e silenzi.
Nella mia percezione gli anconetani di certo, i marchigiani forse (meno quelli del sud che ho conosciuto), hanno una sorta di scorza difficile da penetrare che nasconde un cuore generoso e che fa soffrire chi arriva dai vari sud, dove il sole scalda di più e schiude i gusci. Ne ebbi la netta percezione dopo un periodo vissuto fuori, quando tornai col mio guscio deformato e incapace di riadattarsi alla perfezione alla forma di quelli altrui.

Ne ritrovo spiegata l’essenza nelle parole del critico ed editore anconetano Carlo Antognini, in queste giorni riemerse da qualche archivio e rimbalzate sui profili fb, creando anche false attribuzioni. le_marche_viste_da_satellite
“Il volto più vero delle Marche, anche se il meno appariscente, è quello di una regione di laboriosa e virile solitudine, abitata da gente avvezza a fare i conti con se stessa, a non ammettere niente di grande, niente di straordinario in nessun fatto e in nessun uomo; un popolo, dunque, che la pratica quotidiana del mare e dei campi ha reso taciturno, appartato, schivo alle facili aperture, e tuttavia più incline alla malinconia che alla tristezza, più all’interrogazione che all’angoscia.” (Carlo Antognini, 1971)

Finora avevo trovato riscontro in una poesia in vernacolo anconetano di Eugenio Gioacchini, detto Ceriago, che parla delle crocette:
“Io guardo ‘sta cruceta sbruzulosa / cun ‘st’anima gentile; cià qualcosa / del caratere nostro anconità; /rozo de fòra, duro, un po’ vilà // ma drento bono, un zuchero, ‘n’amore … / ché nun conta la scorza, conta el còre”.

Accostando i due testi mi vengono alla mente altre considerazioni, come se una cifra costitutiva dell’appartenenza alla nostra regione andasse trovata nell’adattamento millenario al territorio, tra mare e campagna, da cui trarre sostentamento, come se quel trasformare il territorio – coste, porti, coltivazioni – di fatto prevedesse un assorbimento delle sue caratteristiche: le scaglie tolte (di pietra e di mare, come direbbe Montale) si mettono addosso per consentire al grano, alla vite di crescere…

In ogni caso quella laboriosità generosa riemerge schietta nei momenti come questi, in cui la terra scagliosa si scrolla di dosso la nostra presunzione di poter fare i conti senza di lei generando altre scaglie, altre macerie. E crea il miracolo della “social catena” che un altro Marchigiano auspicava per altre battaglie.

Una storia che si rinnova

Il 1° settembre, giorno in cui comincia ufficialmente un nuovo anno scolastico, è anche il compleanno de “La storia infinita” – che è anche il mio libro preferito di ragazzina -: mi sembra un ottimo auspicio per tutti gli insegnanti che, attraverso la lettura, l’apprendimento, un libro (cartaceo* o digitale che sia), augurano ai propri alunni di appassionarsi e di trovare la loro strada.


Buon anno scolastico, colleghi!
(*anche se quel volume foderato di velluto rosso con un auryn in copertina aveva un fascino irripetibile, senza contare che tu sfogliavi lo stesso libro che stava leggendo Bastian: pura magia!)
P.S. In malam partem si potrebbe dire che “La storia infinita” è quella del nostro lavoro a scuola, ma oggi voglio interpretarla con poesia e disinnescare questo tipo di commento.